Vuotare il sacco

L’idea della primavera che sboccia, porta ad immaginare un rinnovamento che passa dalla natura, dai paesaggi, dai nostri orizzonti ai nostri giardini: la fioritura è l’espansività e la pienezza di un creato che torna a vivere dopo il sonno autunnale e l’arsura dell’inverno. Fanno la festa, celebrano il coraggio della rinascita i coleotteri, i lepidotteri e le operose api. Anche noi ci affaccendiamo presi da questo scoppio vitale, che porta la vita alle nostre membra che fino a qualche tempo fa erano troppo coperte e nascoste da pesanti indumenti, pure noi cerchiamo il fiore della nostra esistenza… per annusarne la fragranza, imitarne, contemplandone in estasi, la bellezza.

Ci innamoriamo. I nostri pensieri sono più fluidi, la nostra mente è un’altalena, spinta con forza, dal bambino che si nasconde in ognuno di noi… è un gran bene la stagione dell’amore dolce per la nostra anima… rinascono gli ideali, le forme più perfette dei sentimenti e le emozioni assumono contorni chiari, si instaurano relazioni e sincerità del cuore, insomma… viviamo veramente.

Ma, come abbiamo cambiato il guardaroba, spolverato la libreria e messo da parte ciò che non ci servirà più… anche “dentro” avviene un procedimento di restyling. E’ un ammodernare il cuore, o come piace dire a me, è un vuotare il sacco.

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E’ come un sacco il nostro cuore, dove si sono condensati, accumulati anche detriti, stati d’animo, piccole storie che non ci ossigenano più il sangue… ogni tanto bisogna svuotare la cache, formattare senza cancellare nulla… non si tratta semplicemente di archiviare… bisogna fare l’operazione antica e sempre nuova dello “scarto”, scegliere cosa lasciare e vuotare il sacco alle cose che non possono starci più dentro.

E’ quel “dentro” che ci interessa… la vita è tutta dentro di noi.

…quello che accade fuori, penetra anche dentro, ma siamo noi che decidiamo cosa accogliere e cosa non tenere…

E’ un esercizio che mette alla prova la nostra stabilità… ma ripensiamo al tenero ramo della pianta che gemma e fa nascere il fiore… è uno stress vitale che al tempo opportuno darà anche il frutto.

Luca Caiazzo

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Un tempo per tornare uomini #Avvento

Quando si attende, nel desiderio tumultuoso che abita un cuore, il tempo sembra non passare mai… si vive di attese, si vive attendendo.

La storia è segnata da queste lunghe attese, ad improvvisi risvolti, a corsi e ricorsi… a cose che si ripetono con stili diversi… a speranze che si illuminano su volti nuovi e sentimenti già eternanmente vissuti… si fonde lungo la storia, si scaglia un momento, una notte limpida e luminosa, abitata da un silenzio che è Parola.

Dio entra nella storia. Si incarna la Parola, si umanizza il pensiero… il Logos eterno diventa uomo impastato di carne e sangue… un Dio che “è mio figlio e sorride”, come teatralmente ha raccontato Sartre. Ma oltre i nostri consunti pensieri teologici, al di là delle nostre poesie inerpicate su tradizionali eventi e memoriali, oltre il Natale (del Signore, come un tempo segnava il calendario): cosa dice a me questo tempo?

Chi attendiamo? Quanto dura quest’attesa? Quid de nocte, come interroga il Salmo?

Personalmente è un’attesa interiore, arcana ma nuova…

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E’ evidente che il mistero dell’incarnazione lascia dubbi e pone quesiti esistenziali, più della Risurrezione. Un Dio che nasce nella carne, vive l’umanità lontana dal peccato e poi donandosi a quest’umanità, la redime, l’amore inchiodato muore… ma l’Amore non può morire, e sconfitta la morte: risorge.

Il passo più difficile di Dio, sembra essere proprio la divina incarnazione.

Noi siamo nati già uomini, eppure dobbiamo ogni giorno “umanizzarci” e tentare un contatto con l’Assoluto… ognuno dentro porta questa eterna traccia, ognuno è artista e artigiano in cerca di questa particella di Dio… in cerca di un’anima… da abitare, amare…

A Dio interessa l’uomo… all’uomo interessano tante cose… tante orme, l’uomo segue, tante scintille, l’uomo accende… tante ombre vuol illuminare… e non sa che tutto conduce a quest’Eterna traccia che incarnatasi, pompa sangue e dà battiti vitali.

Avvento è il tempo per incarnarsi in questa umanità. E’ il tempo per ritornare uomini, per attendere l’uomo che è dentro di noi… mi sento “essere umano”?

Nella società che non ammette fragilità o momenti di flessione, nel tempo perso che non è più a portata dell’uomo, noi dobbiamo fare del tempo di attesa del Signore un rinnovato momento per noi stessi, per ritrovarci uomini. La paura e il coraggio di essere umani, di poter ritrovare dentro un cuore che si commuove al ritorno a casa, che non abbassa lo sguardo davanti ad occhi puntati, che si stupisce del sole di ogni giorno, che accoglie il proprio nulla interiore e lo dona a chi può riempirlo di senso. Ci vuole il polso fermo ad essere uomini “umani”… ha ragione Mengoni?

“Ma che splendore che sei nella tua fragilità…”

Non possiamo non essere uomini e fragili, Dio che è Onnipotente ha scelto questa strada… è raggiungere se stessi lungo la Via del venerdì della Storia che ci rende pienamente umani… come Lui.

 

Buon #Avvento e … restiamo umani!

 Luca Caiazzo

lucacaiazzo92@hotmail.it

 

 

Ami… come?  Pensiero di don Roberto nella festa di San Bernardo Ab. 

​«L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé». (Dai “Discorsi sul Cantico dei Cantici” di san Bernardo, abate)…quanto poco amato è oggi l’amore, nonostante l’inflazionato ricorso! Scambiato per piacere dura quanto lo sfogo di sensualità. Confuso per libidine ferisce senza rispetto né cortesia. Travisato per ideologismi assomma testa senza cuore. La delicatezza di carezze che sanno attendere; la prudenza di garantire libertà senza catene; la gioia di sguardi che leggono senza scrivere; il sacrificio di abdicare dinanzi all’impossibile descrivono l’amore che ha il gusto dell’imperituro. Ami…come? Buona giornata…
(don Roberto Guttoriello)

ALLA RICERCA DI UN VOLTO #DiarioGmg

GIOVANI VERSO CRACOVIA:

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7)

di Luca Caiazzo

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Per un giovane, il viaggio è sempre immagine di qualcosa di più grande: il cammino si fa strada, il passo diventa decisione, lo zaino è la sua storia e i compagni di viaggio sono testimoni del suo andare; la giusta direzione è segnata da quel fiume di giovani che, con gioia trascinante, indicano la meta desiderata: Gesù, colui che ti dà la pienezza. Siamo a pochi passi dalla XXXI Giornata Mondiale della Gioventù, verso la terra di quell’uomo “venuto da lontano”, la Polonia.

I nostri ragazzi hanno attraversato diverse tappe preparatorie, iniziate già nell’aprile 2015 con l’accoglienza del Crocifisso di S. Damiano e della Vergine Lauretana nella nostra diocesi:  i simboli degli italiani che hanno viaggiato luingo tutta la penisola, toccati dall’entusiasmo e dalla fede di coloro che con decisione hanno pensato di venire all’Incontro internazionale dei giovani, nel Paese della Divina Misericordia. In quell’occasione riecheggiarono nel cuore di ognuno queste parole, prese dal tema della Peregrinatio: “Pensavamo di essere turisti e ci siamo scoperti pellegrini”, dalla nostra diocesi, dalle varie città partiranno circa 60 giovani, guidati da don Nando Iannotta direttore della pastorale Giovanile e da altri sacerdoti, sarà presente anche il Vescovo. I tanti momenti di preghiera, le veglie diocesane, gli incontri per conoscerci sono state le tessere di un mosaico che figurano l’opera di un Incontro attraverso nuove amicizie, momenti attraverso i quali ognuno si è arricchito della testimonianza di vita dell’altro. La tappa culminante del percorso formativo è stata la giornata del 12 giugno a Pozzuoli, Giornata Regionale dei giovani, un percorso guidato nei luoghi di Paolo, dove secondo gli Atti degli Apostoli sarebbe sbarcato diretto verso Roma, in direzione del suo martirio. Un mix di emozioni ed attese abitano il cuore dei ragazzi verso Cracovia, abbiamo raccolto alcune testimonianze tra i nostri giovani che parteciperanno a questo incontro, fortemente voluto da Papa Francesco, nel Giubileo della Misericordia: Continua a leggere

Ricordando “il dono”: don Angelo sacerdote.

2016-06-28 14.56.21Caro don Angelo,

siccome nessuno può vivere di soli ricordi passati, cerco di fare memoria, attraverso la mia reminescenza, del giorno della tua Ordinazione Sacerdotale, una data di partenza, un giorno di Grazia anche per la mia storia personale: era il 29 Giugno 2011.

È la memoria grata di un dono ricevuto!

Mio unico fine è far partecipe la tua comunità, le persone che attraversano la tua vocazione, la tua famiglia, i nostri amici, la Chiesa diocesana, di quei sentimenti, non solo emotivamente significativi, che albergavano nei nostri cuori nei giorni di preparazione al grande dono del tuo sacerdozio e di quella gioia traboccante che invase la nostra amata novecentenaria Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di Sessa Aurunca.

Ricordo il tuo volto e le tue mani. Un viso che significava il volto di Cristo, solcato dalla intrepida voglia di unirti a Lui, mani che erano configurate a quelle di Cristo e di tutta la Chiesa. Accompagnarti con l’amicizia, e con i piccoli impegni, verso la grande giornata di mercoledì 29 giugno 2011 è stato per me un privilegio spirituale altissimo, una vera testimonianza di quello che è il sacerdote “Alter Christus” per il popolo di Dio, un confermare la mia fede ed un ancorare la mia speranza sulla roccia forte della Chiesa. Ricorreva il LX anniversario di ordinazione sacerdotale del Papa Benedetto XVI, ed io so quanto è grande la stima e quanto forte è la gratitudine che don Angelo prova per il Papa emerito, sentimento che nutro anch’io, e che si fonda sulla condivisione generale di quello che è il motto episcopale di Ratzinger “Cooperatores Veritatis”, collaboratori della Verità, per dirla con San Paolo “non padroni della vostra fede, ma collaboratori della vostra gioia” (cfr 2Cor 1,24). Al ricordo dell’ordinazione del Sommo Pontefice, si inserisce anche la memoria di quel caldo pomeriggio di giugno quando il Vescovo, Mons. Antonio Napoletano che da qualche giorno era costretto a stare a letto per un virus, riebbe le forze per scendere in Cattedrale e officiare il Sacramento dell’Ordine. Gioia piena e gratitudine immensa.

Sono cinque anni che non viene consacrato un sacerdote, da quel giorno, nella nostra Cattedrale.

Tu sei il novello, continua ad essere fresco di quel Chrisma versato sulle palme delle mani (e con quanta abbondanza!).

Venimmo noi (gli amici di San Rufino in Mondragone) a Nocelleto, a casa dei tuoi genitori, a prenderti per accompagnarti in Cattedrale: la nostra gioia si esprimeva con fede e con “tifo” come quando vince la Nazionale, un corteo di auto partiva da Mondragone con fiocchi bianco-gialli e strombazzando svegliammo la bella Nocelleto che riposava per la siesta. A casa tua, mamma Anna aveva preparato tutto il cerimoniale affettivo per l’uscita di casa dello sposo. Non mancarono i confetti ed il riso, come per dire “abbondanza e gioia a chi ti accoglie: la Chiesa di Cristo”. Quanta commozione, i tuoi genitori hanno offerto le primizie della loro casa…

Facemmo sosta ai cipressi, dove tu salutasti tuo fratello che mai ha lasciato la tua mano lungo il cammino vocazionale e ora continua a sostenerti per il tuo ministero.

Giunti a Sessa c’imbattemmo davanti alla Signora Cattedrale che ci accolse con la sua frescura… preparammo tutto quello che serviva per la celebrazione e nel nostro cuore c’era un friccichio, un’ansia generosa, un qualcosa simile al pianto di gioia che nasce quando si sta per compiere un evento grande, eccezionale e misterioso.

Non posso esprimere attraverso le parole umane (la parola non sempre può esprimere il cuore), la gioia di quel momento che portava la tua persona, sull’altare dell’amicizia con il Signore Gesù… è proprio questo aspetto, evidente nei tuoi occhi e potenzialmente attraente, che ancora permane dopo 5 anni; il sacerdote è un amico intimo di Gesù, non solo servo, ma amico. “Non iam dicam servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15)

Pensavo che fosse questa la strada, che ci aveva condotto in quella fredda Cattedrale che si infiammava dell’amore dei nostri cuori uniti nel battito per te: l’amico nostro, è divenuto l’amico di Gesù, anche noi possiamo essere Suoi amici con lui.

E questo è bello! Sicuramente ognuno di noi, continua nella maturazione della fede, la gioia di quell’incontro. Ho incontrato il Signore attraverso la tua testimonianza: anche io, se volessi segnare una data, potrei scegliere quel 29 giugno 2011 e dire “Ho visto il Signore!”.

Caro don Angelo, noi ringraziamo Dio, perché dalle tue mani noi riceviamo Lui: l’Eucarestia.

Da questa prova tangibile della Sua presenza tra noi, dal Sacramento che ci ridona la gioia, che ci nutre nel cammino, che ci scalda il cuore, noi riceviamo gratitudine per questa umanità semplicemente donata, la vita di ogni sacerdote per noi è sacra, è parte della nostra Fede!

Ti auguro un cammino felice incontro al Signore, come quando nel giorno della memoria del tuo battesimo, contornato dalla tua comunità raggiungesti la Chiesa dove celebrasti la tua Prima Eucarestia… simile ai bambini che indossano l’abito bianco, si cingono i fianchi della semplice innocenza e con bianchi gigli vanno a ricevere il Cristo nel Sacramento. Attraverso le tue mani anche noi possiamo nutrirci di Lui…

Grazie don… di tanta Grazia di Dio!

Mondragone, 29/06/2016

Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

 Luca Caiazzo

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XXIX.VI.MMXI don Angelo Polito “Sacerdos in aeternum”

“communitas”: relazioni in Dio

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Meditazione informale per chi “cammina in gruppo”

Con Chi viaggio?

Pista di riflessione per gli animatori.

 

Possiamo iniziare a dire prima di tutto cosa significa oggi il termine persona e cosa significava originariamente, partendo dall’etimologia: “per  – sum”, dal latino: io sono (esisto) per… “Esse ad alium”: esistere, essere, per un altro. Oppure, seguendo il significato greco, lo facciamo derivare da “persu”, di origine etrusca, cioè la maschera per interpretare un certo tipo di attore, insomma un significato di “personificare”, parlare attraverso, interpretare.

Oggi siamo convinti di ciò che le teorie personalistiche ci dicono con fierezza:  è persona un individuo con una propria identità che riesce ad affermare se stesso solo se in relazione con un altro. Parto da questo presupposto importante: essere per gli altri. Camminare è condividere il passo, non si può pensare ad un cammino solitario, distaccato, isolato e “personale” (questa volta nel senso di “privato”).

Il cammino, il viaggio è sempre una questione interpersonale e di scambio relazionale: perciò ha senso la domanda “Con chi viaggio?”. Non possiamo giustificarci dicendo “Ma allora gli eremiti? Stanno sbagliando? Ma allora non posso fare qualcosa per me? Non ho libertà di camminare da solo?” Smontiamo questi pensieri dicendo che la vita è prima di tutto un cammino che si condivide con un altro. Ogni percorso fatto insieme, porta a verità: al confronto, all’interesse, al decentramento, alla speranza. L’altro è per me una speranza: se sono stanco di portare il peso del mio bagaglio, posso contare su un altro che mi da il cambio, e lui su di me.

Forse non è chiaro: noi siamo, prima di essere dei singoli, delle relazioni. L’altro è il mio mondo, è il mio specchio, è la realtà che mi circonda. Da solo sono un vagabondo, con gli altri un viaggiatore.

Questo tempo storico che viviamo è caduto come vittima di un individualismo cieco: io esisto, mi basto a me stesso e gli altri sono nemici da combattere, se sono amici… bene, ma prima di tutto “io”. È così sempre: a scuola, “Pensa a te, fatti gli affari tuoi”… a casa “Questa è la mia vita, che ne sapete voi”, con gli amici “Stai attento a come parli, se parlo io ti finisco per le cose che so di te”. L’altro è una risorsa sprecata… non esiste più quella relazione autentica di scambio, dove il mio interesse si intreccia al tuo, il mio desiderio diventa  il nostro sogno, o meglio, viceversa!

È cosi?… Dico fesserie?

Provate a pensare a questa immagine:

Secondo molti, ragione e fede, natura e Grazia, si contrappongono e sono opposti: mente e cuore, messi di contro sono la sintesi. Sappiamo che questo è il ragionamento degli stolti…

Ora c’è chi fa ancora queste differenze “Il cuore mi dice di andare, ma il cervello mi fa capire che devo restare”… Cosa significa? Si è persa un’armonia necessaria, e anche nei rapporti viviamo questo dislivello, divario tra il mio “io” e il “tu”, a partire da me.            Giudichiamo l’altro a partire da noi stessi… l’altro, per dirla come Sartre, è il mio Inferno. Eppure Dio è relazione (…Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato), la Trinità è un’armonia perfetta che non riusciamo a capire, ma sta di fatto che Dio è Uno e Trino, c’è relazione tra le persone divine (Dio Padre- Dio Figlio- Dio Spirito), unite nella sostanza… non dilunghiamoci, è difficile da capire… ma questo esempio ci fa affermare come non può esistere un cristiano che crede da solo.

Noi siamo Chiesa.

Con Chi viaggio? Sicuramente non posso viaggiare da solo, per chi fa l’esperienza di Dio, la Chiesa è la compagna di viaggio. Ma non possiamo essere vaghi, è la comunità la compagnia del Viaggio.

Certamente a noi sarebbe comodo camminare (ci immaginiamo il cammino di fede come un’escursione in montagna, ma non è sempre così!) con due o tre amici, persone che conosco, stimo, amo per i loro pregi, so che sono persone generose, accoglienti, sempre disponibili, ben fornite di pazienza, di altruismo ecc… Camminare con/nella comunità è molto differente:

Ci sono tante persone, anche se sono soltanto 20, ognuno ha fatto un’esperienza (di vita!) diversa, ognuno ha un passato, ognuno una storia, le differenze si notano, i passi sono lenti in alcuni, il fiatone viene ai più vecchi, e la noia ai più giovani, siamo distanti. È questa la sfida della parrocchia: camminare e fare strada, condividere il viaggio…

Integrare le diversità, vedere l’altro (uno per volta, si ama una persona per volta), come una ricchezza, non uno che mi “secca”, ma una persona che mi santifica: se mi corregge, io miglioro, se racconta di se, io mi apro, diventiamo come vasi comunicanti, anche se ognuno mantiene la propria forma…

La compagnia della fede funziona così: perdere la propria idea, le proprie volontà, fare il vuoto per dare un posto anche all’altro. Integrare l’altro è fare delle scelte che mettono chiaramente in discussione anche le mie sicurezze. Ovviamente ci vien presto la voglia di abbandonare il cammino, perché a queste condizioni è tutto più complicato… ma Agostino ci avverte: “Coraggio! È meglio uno zoppo sulla strada che un corridore fuori strada!”. Con chi viaggio? Provo a rispondere a titolo molto personale, facendo riferimento alla mia vita e alla mia esperienza di Dio: io viaggio con voi, con la comunità parrocchiale, nel gruppo, accompagnato dalla Chiesa. In questa compagnia dobbiamo prevedere la presenza speciale della preghiera e dei sacramenti, dunque è necessario un padre spirituale che sia anche sacerdote.

Anche i  sacramenti parlano al plurale, alla comunità: il Battesimo è inserire un figlio nel corpo mistico del Signore, nella Chiesa. La Comunione al Corpo e Sangue del Signore è nutrirsi alla stessa tavola, tutti mangiano lo stesso cibo, tutti traggono forza dall’Eucarestia. La Confermazione è considerare la propria vita come un annuncio maturo della fede, nella comunità ecclesiale, e rimanervi!

Matrimonio, Ordine Sacro: servire l’uomo, servire Dio, servire l’amore… non pensare più solo a se stessi, ma vivere il servizio verso la propria moglie, il marito, il popolo di Dio.

Riconciliazione e Unzione: dire grazie per il bene ricevuto e perdono per i peccati commessi… verso l’altro, verso se stessi, verso Dio.

Nella Chiesa non esiste la prima persona singolare, esiste solo il plurale, e tutto si coniuga al “Noi”.

Ultima sicurezza: Gesù.

Gesù non era un uomo solitario sebbene si ritirasse spesso in preghiera. Gesù è il Dio compagno dell’uomo. Amico, maestro e confidente. Amico con Lazzaro, Giovanni, Matteo… e quanti altri! Maestro con la folla, di nascosto con Nicodemo, uomo importante del Sinedrio. Confidente con Pietro, Giacomo, Giovanni… e con quella donna poco affidabile al pozzo di Sichem.

La vita di Cristo è il nostro punto di arrivo, il nostro percorso da seguire e la nostra aspirazione più grande. Diventiamo compagni di viaggio, assetati dell’altro …

 

Buon cammino.

 

Luca

 

La direzione del Risorto

Non mi permetto di aggiungere un’unica parola al Grande Mistero ( glorioso e imperituro, straordinario e immutevole) del Sepolcro Vuoto.

Dire “Cristo è Risorto” è come aprire uno squarcio di luce in mezzo alla notte tetra e buia.

Ma che  delusione è questa: noi ci crediamo viventi, ma è Cristo Risorto il principio della Vita, e della Vita vera! Dobbiamo partire, da questo punto di arrivo (che controsenso, è la logica della Risurrezione):  quel masso rotolato via…

Che possiamo fare noi?

Io non ho la fede cardiaca di Giovanni. Neppure lo “slancio giovanile” di un signore che ha ricevuto tanto, come Pietro, e che, arrivato a destinazione, vuole ancora capire qualcosa, in quel luogo oscuro, ora pieno di luce, che è il Sepolcro.

Non ho avuto il privilegio di Maddalena, ah ! Mi sarebbe bastato udire il mio nome… ah sordo, io!

Non ho bisogno di toccare come Tommaso, ho sprecato già tante opportunità… che ingrato!

Eppure noi, che seguiamo la direzione del Risorto, dove dobbiamo andare? In Galilea…?

Il Risorto, Gesù: è come il Sole.

Alto in Cielo (sembra lontano, ma è ben visibile), sovrasta il nostro capo e assaporiamo la leggera calura del suo raggio… ecco, a noi basterebbe seguire un raggio, dirigersi sui versanti di quel raggio e scovare quel Volto, Ah… Beati!

Anástasis: dobbiamo cambiare marcia, il Risorto cammina con molta più rapidità…

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Il Risorto viene ad animare l’intimo dell’uomo, come dice S. Anastasio… eh un nome, un programma!

L’immagine che ci viene in aiuto è quella dell’Icona Sacra: rialzare gli altri, risollevare chi vive negli inferi del nostro tempo, farci Corpo (Mistico, del Signore!… siamo noi!) e andare avanti, verso la direzione, giusta, del Risorto… seguendo a ritroso quel raggio che s’irradia su ognuno di noi.

 

Basta una strada con un pò di sole… e torna la voglia di camminare!

Andiamo?

 

Buona Pasqua…

 

 

Luca

 

Dayenu, Adonai… ci sarebbe bastato, Signore.

Dayenu (in ebraico דַּיֵּנוּ) significa “a noi sarebbe bastato”.
La tradizione ebraica lo fa cantare nella notte di Pasqua. Nella sua ripetitività, che sostiene il crescendo delle opere di Dio, aiuta a meditare il fatto che i doni ricevuti sono molto maggiori delle attese e degli stessi bisogni. Avremmo potuto credere in Dio ed essere felici con molto meno di quanto abbiamo ricevuto, eppure il Signore ha portato tutto di se stesso, ed il Bene Altissimo del Suo Figlio per la nostra salvezza. Qui di seguito il testo tradotto dall’ebraico e un canto dei Gen Verde sulla meraviglia dell’Opera eterna di Dio, in Cristo Suo Figlio.

Se dopo averci fatto uscire dall’Egitto
Tu non ci avessi sostenuto con la manna,
dayenu, dayenu Adonai,
dayenu, dayenu Adonai.
Se dopo averci sostenuti con la manna
Tu non ci avessi consegnato la tua Legge,
dayenu, dayenu Adonai,
dayenu, dayenu Adonai.
Se dopo averci consegnato la tua Legge,
Tu non ci avessi fatto entrare in Israele
dayenu, dayenu Adonai,
ci sarebbe bastato, Signore!

Se dopo averci definito tuoi amici,

Tu non ti fossi inginocchiato a lavarci,

dayenu, dayenu Adonai,

dayenu, dayenu Adonai.

Se quando tu ti sei chinato a lavarci,

Poi non ti fossi a noi spezzato come pane,

dayenu, dayenu Adonai,

dayenu, dayenu Adonai.

Se quando tu ti sei spezzato come pane,

poi non ti fossi consegnato all’abbandono,

dayenu, dayenu Adonai,

dayenu, dayenu Adonai.

 Ci sarebbe bastato, Signore!

Per tutto questo cosa mai potrò donarti?

Se ti rendessi oro e perle senza pari

Non potrà mai bastare Adonai,

o Signore, non basterà mai.

Se ti rendessi oro e perle senza pari,

ed aggiungessi il coro immenso dei respiri,

Non potrà mai bastare Adonai,

o Signore, non basterà mai.

Se ti rendessi il coro immenso dei respiri,

ed aggiungessi terre, cieli ed universi,

Non potrà mai bastare Adonai,

o Signore, non basterà mai.

Noi ti portiamo tralci spogli e solchi vuoti,

Tu ci darai stille d’uva e farina.

Solo Tu, solo Tu Adonai,

Solo Tu, solo Tu basterai.

Noi ti portiamo stille d’uva e farina,

Tu ne farai il tuo corpo, o Signore;

Solo Tu, solo Tu Adonai,

Solo Tu, solo Tu basterai.

Noi ti portiamo mille vite e mille cuori,

Tu ci farai un solo corpo, un solo cuore;

Solo tu, solo tu Adonai,

Solo tu, solo tu basterai.th_mosaico_01-rupnik

Solo Tu, solo Tu basterai.

(Gen Verde, “Il Mistero Pasquale”, 2011)

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