Don Pablo Dominguez, un uomo fino in cima


di Luca PellegriniPABLO  – giovedì 8 maggio 2014 
«Alto, amabile e sorridente, una persona alla mano, affabile. Parlava in modo piacevole, semplice, adeguandosi all’uditorio che aveva davanti. Non gli interessava mettersi in mostra ma solo annunciare Cristo. Ci ha detto cose profonde con tanta passione e allegria. E ci fece ridere il giorno in cui affrontò il tema della morte». Questo è il ricordo che sorella Pilar German, in nome delle consorelle del monastero cistercense Nostra Signora della Carità di Tulebras, in Navarra, ha scritto il giorno in cui apprese la morte del sacerdote che soltanto qualche ora prima aveva terminato di dettare l’ultima meditazione per gli esercizi spirituali tenuti alla comunità. Pablo Domínguez Prieto si congedò da loro la domenica del 15 febbraio 2009. Quel pomeriggio, o all’imbrunire, o durante la notte buia, don Pablo cadeva in un precipizio durante la discesa del Moncayo, il monte che domina tutta la valle, diocesi di Tarazona, in Spagna. Cadeva dopo essere salito su quella cima, cadeva per risalire al Cielo. Con Sara, amica di tante scalate. Tutte le riflessioni, le citazioni, le immagini dotte e i racconti popolari che don Pablo ha usato per quel suo ultimo corso di esercizi, pubblicato dall’editrice San Paolo con il titolo Fino alla cima. Testamento spirituale, non possono che essere riletti proprio alla luce di quanto avvenne in quel giorno, che diventa una nuova testimonianza di fede, che fa della stessa morte un misterioso disegno divino perché in essa – come disse il cardinale di Madrid Rouco Varela nell’omelia per le esequie, pubblicata nel volume – «si realizza un eterno disegno di amore che Gesù ha espresso come desiderio e ultima volontà, come preghiera nata dall’amore per i suoi». E “suo” era don Pablo, che questo amore era capace di diffondere, sapendolo unire a un vero entusiasmo nel raccontare le sue esperienze di fede.Proprio della morte aveva parlato, creando non poco stupore tra le monache: «Se pensiamo alla morte, alla morte come porta per la Vita, uno desidera morire quanto prima! Ma che dobbiamo fare? Dobbiamo aspettare, avere pazienza! Non tutto può essere immediato! Siate serene, aspettate e cercate il Signore». Don Pablo non dovette aspettare molto. Ma i suoi quarantadue anni li ha vissuti intensamente, sempre disponibile all’incontro, come pastore, predicatore e professore di Filosofia nella Facoltà di Teologia San Damaso. Lo rivelano le persone che lo hanno conosciuto e che si sono fatte intervistare nel documentario girato dal regista e attore spagnolo Juan Manuel Cotelo L’ultima cima (qui il TRAILER), che l’Associazione cattolica esercenti cinema mette a disposizione delle sale della comunità come ottimo sussidio pastorale. Rivelatrici sono le parole dello stesso Cotelo che racconta come ha scoperto Pablo e cosa l’ha colpito di lui E come diventa oggi “rivoluzionario” parlare in un film di un sacerdote bravo, allegro, amato dalla gente, carismatico, che rivela di avere una devozione speciale per san Giovanni «perché tutto ciò che dice è di una freschezza meravigliosa. Vedeva le cose con una vivacità particolare». Proprio come don Pablo, che riesce appunto a vivacizzare ogni suo pensiero traendo immagini e racconti dalla storia, dalla filosofia, dalla letteratura, dall’aneddotica, e anche dal cinema: cita Händel e Frossard, Cicerone, Pelagio e Tommaso da Kempis, Goethe e il film catastrofico L’inferno di cristallo, il cardinale Van Thuân e i santi Luigi Maria de Monfort e Giovanni Paolo II, il beato Karl Leisner e il gesuita Padre Luli.«Le interviste raccolte dal regista del film dimostrano che Pablo accumulava speranza, coraggio, compagnia, per trafficarli come beni preziosi – scrive Arianna Prevedello nella scheda pastorale che accompagna la pellicola –. In essi egli trovava anche la luce della ragione, quella che lui chiamava la “ragionevolezza della fede”, che aveva sperimentato nello studio e nell’applicazione della filosofia e della teologia. L’invito di don Pablo, e di questo film, è diretto senza scorciatoie: dove sei? per cosa batte il tuo cuore? per cosa trovi il tempo? dove vorresti morire?». Le risposte le troviamo in quelle pagine, in quella vita, su quella montagna. E molte, nell’incontro che avverrà.

© Avvenire

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QUESTO BISOGNO DI VEDERE UN PAPA . BENEDETTOXVI E LA CURIOSITA’ DEL MONDO CIRCA LA SUA PRESENZA ORANTE.

JOSEPH RATZINGER :B16 e G.GÄNSWEIN

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Penso siano attuali e legittimamente comparabili al papa emerito Benedetto XVI le espressioni che furono di Paolo VI sulla privacy e riservatezza del Papa all’interno delle mura leonine: «C’è stato l’Angelus alla finestra. Non mi sono sentito di affacciarmi a quella del terzo piano, dove apparivano i Papi Pio e Giovanni; avrei forse lasciato cadere questo singolare dialogo con la Piazza San Pietro; ma essa era piena di gente, di fedeli anzi, che attendevano: immenso e commovente spettacolo. Ma che è questo bisogno di vedere un Uomo? “siamo diventati spettacolo”! è segno, simbolo. “Non per noi Signore”!», queste parole cariche di pacata discrezione e prive di qualsiasi spettacolarizzazione, furono riportate da Mons. Macchi (segretario particolare di Montini) in un memoriale dedicato al Papa Paolo VI, dopo la sua morte.

Ancora fake news e rispettive smentite da oltretevere sulla salute di Benedetto, ed anche oggi Mons. Ganswein (al…

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Lettera a chi Lo segue liberamente e con il cuore sereno

Carissimo/a, vorresti ricevere il sacramento della Cresima nel prossimo maggio?

cresimaChe bello! Abbiamo pensato di scriverti questa lettera in attesa di conoscerti e di poterne parlare direttamente con te… perché la Cresima non è né un diritto né una vaccinazione obbligatoria.

È una libera scelta, ispirata nel cuore che un adolescente o una persona in età più adulta, come capita per altri, fa per completare quella fatta dai suoi genitori quando hanno deciso di battezzarlo.

Allora i tuoi genitori pensavano di fare una cosa buona, anzi la cosa migliore per la Vita del proprio figlio ma non potevano chiederti il parere; ora che hai intelligenza e libertà sei tu che devi fare la scelta. Siamo cristiani per scelta, non per una tradizione sociale o familiare…

È ovvio che ogni scelta impone anche degli obblighi. Se scegli di fare il giocatore di pallone devi fare almeno tre allenamenti la settimana, se vuoi essere promosso e conseguire un titolo di studio devi andare a scuola e impegnarti nello studio.

Poiché hai scelto di fare la Cresima, già da qualche tempo, ti sei impegnato a riservarti settimanalmente un ora della sera per incontrarti con altre persone in parrocchia, ogni venerdì dalle ore 20 alle 21-21,15, nella speranza, che ci auguriamo diventerà certezza, di poterti rivedere nella comunità, che è la tua famiglia spirituale, in parrocchia che è la tua casa anche dopo aver ricevuto il sacramento.

La Cresima è un sacramento, cioè un dono proprio di Gesù che parte dal Fonte Battesimale e unito a quello della Comunione e Confessione che tu hai ricevuto, anche se da qualche tempo te ne sei dimenticato, porta frutti spirituali per mezzo dell’infusione dello Spirito Santo. Continua a leggere

Vuotare il sacco

L’idea della primavera che sboccia, porta ad immaginare un rinnovamento che passa dalla natura, dai paesaggi, dai nostri orizzonti ai nostri giardini: la fioritura è l’espansività e la pienezza di un creato che torna a vivere dopo il sonno autunnale e l’arsura dell’inverno. Fanno la festa, celebrano il coraggio della rinascita i coleotteri, i lepidotteri e le operose api. Anche noi ci affaccendiamo presi da questo scoppio vitale, che porta la vita alle nostre membra che fino a qualche tempo fa erano troppo coperte e nascoste da pesanti indumenti, pure noi cerchiamo il fiore della nostra esistenza… per annusarne la fragranza, imitarne, contemplandone in estasi, la bellezza.

Ci innamoriamo. I nostri pensieri sono più fluidi, la nostra mente è un’altalena, spinta con forza, dal bambino che si nasconde in ognuno di noi… è un gran bene la stagione dell’amore dolce per la nostra anima… rinascono gli ideali, le forme più perfette dei sentimenti e le emozioni assumono contorni chiari, si instaurano relazioni e sincerità del cuore, insomma… viviamo veramente.

Ma, come abbiamo cambiato il guardaroba, spolverato la libreria e messo da parte ciò che non ci servirà più… anche “dentro” avviene un procedimento di restyling. E’ un ammodernare il cuore, o come piace dire a me, è un vuotare il sacco.

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E’ come un sacco il nostro cuore, dove si sono condensati, accumulati anche detriti, stati d’animo, piccole storie che non ci ossigenano più il sangue… ogni tanto bisogna svuotare la cache, formattare senza cancellare nulla… non si tratta semplicemente di archiviare… bisogna fare l’operazione antica e sempre nuova dello “scarto”, scegliere cosa lasciare e vuotare il sacco alle cose che non possono starci più dentro.

E’ quel “dentro” che ci interessa… la vita è tutta dentro di noi.

…quello che accade fuori, penetra anche dentro, ma siamo noi che decidiamo cosa accogliere e cosa non tenere…

E’ un esercizio che mette alla prova la nostra stabilità… ma ripensiamo al tenero ramo della pianta che gemma e fa nascere il fiore… è uno stress vitale che al tempo opportuno darà anche il frutto.

Luca Caiazzo

Un tempo per tornare uomini #Avvento

Quando si attende, nel desiderio tumultuoso che abita un cuore, il tempo sembra non passare mai… si vive di attese, si vive attendendo.

La storia è segnata da queste lunghe attese, ad improvvisi risvolti, a corsi e ricorsi… a cose che si ripetono con stili diversi… a speranze che si illuminano su volti nuovi e sentimenti già eternanmente vissuti… si fonde lungo la storia, si scaglia un momento, una notte limpida e luminosa, abitata da un silenzio che è Parola.

Dio entra nella storia. Si incarna la Parola, si umanizza il pensiero… il Logos eterno diventa uomo impastato di carne e sangue… un Dio che “è mio figlio e sorride”, come teatralmente ha raccontato Sartre. Ma oltre i nostri consunti pensieri teologici, al di là delle nostre poesie inerpicate su tradizionali eventi e memoriali, oltre il Natale (del Signore, come un tempo segnava il calendario): cosa dice a me questo tempo?

Chi attendiamo? Quanto dura quest’attesa? Quid de nocte, come interroga il Salmo?

Personalmente è un’attesa interiore, arcana ma nuova…

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E’ evidente che il mistero dell’incarnazione lascia dubbi e pone quesiti esistenziali, più della Risurrezione. Un Dio che nasce nella carne, vive l’umanità lontana dal peccato e poi donandosi a quest’umanità, la redime, l’amore inchiodato muore… ma l’Amore non può morire, e sconfitta la morte: risorge.

Il passo più difficile di Dio, sembra essere proprio la divina incarnazione.

Noi siamo nati già uomini, eppure dobbiamo ogni giorno “umanizzarci” e tentare un contatto con l’Assoluto… ognuno dentro porta questa eterna traccia, ognuno è artista e artigiano in cerca di questa particella di Dio… in cerca di un’anima… da abitare, amare…

A Dio interessa l’uomo… all’uomo interessano tante cose… tante orme, l’uomo segue, tante scintille, l’uomo accende… tante ombre vuol illuminare… e non sa che tutto conduce a quest’Eterna traccia che incarnatasi, pompa sangue e dà battiti vitali.

Avvento è il tempo per incarnarsi in questa umanità. E’ il tempo per ritornare uomini, per attendere l’uomo che è dentro di noi… mi sento “essere umano”?

Nella società che non ammette fragilità o momenti di flessione, nel tempo perso che non è più a portata dell’uomo, noi dobbiamo fare del tempo di attesa del Signore un rinnovato momento per noi stessi, per ritrovarci uomini. La paura e il coraggio di essere umani, di poter ritrovare dentro un cuore che si commuove al ritorno a casa, che non abbassa lo sguardo davanti ad occhi puntati, che si stupisce del sole di ogni giorno, che accoglie il proprio nulla interiore e lo dona a chi può riempirlo di senso. Ci vuole il polso fermo ad essere uomini “umani”… ha ragione Mengoni?

“Ma che splendore che sei nella tua fragilità…”

Non possiamo non essere uomini e fragili, Dio che è Onnipotente ha scelto questa strada… è raggiungere se stessi lungo la Via del venerdì della Storia che ci rende pienamente umani… come Lui.

 

Buon #Avvento e … restiamo umani!

 Luca Caiazzo

lucacaiazzo92@hotmail.it

 

 

Ami… come?  Pensiero di don Roberto nella festa di San Bernardo Ab. 

​«L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé». (Dai “Discorsi sul Cantico dei Cantici” di san Bernardo, abate)…quanto poco amato è oggi l’amore, nonostante l’inflazionato ricorso! Scambiato per piacere dura quanto lo sfogo di sensualità. Confuso per libidine ferisce senza rispetto né cortesia. Travisato per ideologismi assomma testa senza cuore. La delicatezza di carezze che sanno attendere; la prudenza di garantire libertà senza catene; la gioia di sguardi che leggono senza scrivere; il sacrificio di abdicare dinanzi all’impossibile descrivono l’amore che ha il gusto dell’imperituro. Ami…come? Buona giornata…
(don Roberto Guttoriello)

ALLA RICERCA DI UN VOLTO #DiarioGmg

GIOVANI VERSO CRACOVIA:

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7)

di Luca Caiazzo

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Per un giovane, il viaggio è sempre immagine di qualcosa di più grande: il cammino si fa strada, il passo diventa decisione, lo zaino è la sua storia e i compagni di viaggio sono testimoni del suo andare; la giusta direzione è segnata da quel fiume di giovani che, con gioia trascinante, indicano la meta desiderata: Gesù, colui che ti dà la pienezza. Siamo a pochi passi dalla XXXI Giornata Mondiale della Gioventù, verso la terra di quell’uomo “venuto da lontano”, la Polonia.

I nostri ragazzi hanno attraversato diverse tappe preparatorie, iniziate già nell’aprile 2015 con l’accoglienza del Crocifisso di S. Damiano e della Vergine Lauretana nella nostra diocesi:  i simboli degli italiani che hanno viaggiato luingo tutta la penisola, toccati dall’entusiasmo e dalla fede di coloro che con decisione hanno pensato di venire all’Incontro internazionale dei giovani, nel Paese della Divina Misericordia. In quell’occasione riecheggiarono nel cuore di ognuno queste parole, prese dal tema della Peregrinatio: “Pensavamo di essere turisti e ci siamo scoperti pellegrini”, dalla nostra diocesi, dalle varie città partiranno circa 60 giovani, guidati da don Nando Iannotta direttore della pastorale Giovanile e da altri sacerdoti, sarà presente anche il Vescovo. I tanti momenti di preghiera, le veglie diocesane, gli incontri per conoscerci sono state le tessere di un mosaico che figurano l’opera di un Incontro attraverso nuove amicizie, momenti attraverso i quali ognuno si è arricchito della testimonianza di vita dell’altro. La tappa culminante del percorso formativo è stata la giornata del 12 giugno a Pozzuoli, Giornata Regionale dei giovani, un percorso guidato nei luoghi di Paolo, dove secondo gli Atti degli Apostoli sarebbe sbarcato diretto verso Roma, in direzione del suo martirio. Un mix di emozioni ed attese abitano il cuore dei ragazzi verso Cracovia, abbiamo raccolto alcune testimonianze tra i nostri giovani che parteciperanno a questo incontro, fortemente voluto da Papa Francesco, nel Giubileo della Misericordia: Continua a leggere

“communitas”: relazioni in Dio

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Meditazione informale per chi “cammina in gruppo”

Con Chi viaggio?

Pista di riflessione per gli animatori.

 

Possiamo iniziare a dire prima di tutto cosa significa oggi il termine persona e cosa significava originariamente, partendo dall’etimologia: “per  – sum”, dal latino: io sono (esisto) per… “Esse ad alium”: esistere, essere, per un altro. Oppure, seguendo il significato greco, lo facciamo derivare da “persu”, di origine etrusca, cioè la maschera per interpretare un certo tipo di attore, insomma un significato di “personificare”, parlare attraverso, interpretare.

Oggi siamo convinti di ciò che le teorie personalistiche ci dicono con fierezza:  è persona un individuo con una propria identità che riesce ad affermare se stesso solo se in relazione con un altro. Parto da questo presupposto importante: essere per gli altri. Camminare è condividere il passo, non si può pensare ad un cammino solitario, distaccato, isolato e “personale” (questa volta nel senso di “privato”).

Il cammino, il viaggio è sempre una questione interpersonale e di scambio relazionale: perciò ha senso la domanda “Con chi viaggio?”. Non possiamo giustificarci dicendo “Ma allora gli eremiti? Stanno sbagliando? Ma allora non posso fare qualcosa per me? Non ho libertà di camminare da solo?” Smontiamo questi pensieri dicendo che la vita è prima di tutto un cammino che si condivide con un altro. Ogni percorso fatto insieme, porta a verità: al confronto, all’interesse, al decentramento, alla speranza. L’altro è per me una speranza: se sono stanco di portare il peso del mio bagaglio, posso contare su un altro che mi da il cambio, e lui su di me.

Forse non è chiaro: noi siamo, prima di essere dei singoli, delle relazioni. L’altro è il mio mondo, è il mio specchio, è la realtà che mi circonda. Da solo sono un vagabondo, con gli altri un viaggiatore.

Questo tempo storico che viviamo è caduto come vittima di un individualismo cieco: io esisto, mi basto a me stesso e gli altri sono nemici da combattere, se sono amici… bene, ma prima di tutto “io”. È così sempre: a scuola, “Pensa a te, fatti gli affari tuoi”… a casa “Questa è la mia vita, che ne sapete voi”, con gli amici “Stai attento a come parli, se parlo io ti finisco per le cose che so di te”. L’altro è una risorsa sprecata… non esiste più quella relazione autentica di scambio, dove il mio interesse si intreccia al tuo, il mio desiderio diventa  il nostro sogno, o meglio, viceversa!

È cosi?… Dico fesserie?

Provate a pensare a questa immagine:

Secondo molti, ragione e fede, natura e Grazia, si contrappongono e sono opposti: mente e cuore, messi di contro sono la sintesi. Sappiamo che questo è il ragionamento degli stolti…

Ora c’è chi fa ancora queste differenze “Il cuore mi dice di andare, ma il cervello mi fa capire che devo restare”… Cosa significa? Si è persa un’armonia necessaria, e anche nei rapporti viviamo questo dislivello, divario tra il mio “io” e il “tu”, a partire da me.            Giudichiamo l’altro a partire da noi stessi… l’altro, per dirla come Sartre, è il mio Inferno. Eppure Dio è relazione (…Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato), la Trinità è un’armonia perfetta che non riusciamo a capire, ma sta di fatto che Dio è Uno e Trino, c’è relazione tra le persone divine (Dio Padre- Dio Figlio- Dio Spirito), unite nella sostanza… non dilunghiamoci, è difficile da capire… ma questo esempio ci fa affermare come non può esistere un cristiano che crede da solo.

Noi siamo Chiesa.

Con Chi viaggio? Sicuramente non posso viaggiare da solo, per chi fa l’esperienza di Dio, la Chiesa è la compagna di viaggio. Ma non possiamo essere vaghi, è la comunità la compagnia del Viaggio.

Certamente a noi sarebbe comodo camminare (ci immaginiamo il cammino di fede come un’escursione in montagna, ma non è sempre così!) con due o tre amici, persone che conosco, stimo, amo per i loro pregi, so che sono persone generose, accoglienti, sempre disponibili, ben fornite di pazienza, di altruismo ecc… Camminare con/nella comunità è molto differente:

Ci sono tante persone, anche se sono soltanto 20, ognuno ha fatto un’esperienza (di vita!) diversa, ognuno ha un passato, ognuno una storia, le differenze si notano, i passi sono lenti in alcuni, il fiatone viene ai più vecchi, e la noia ai più giovani, siamo distanti. È questa la sfida della parrocchia: camminare e fare strada, condividere il viaggio…

Integrare le diversità, vedere l’altro (uno per volta, si ama una persona per volta), come una ricchezza, non uno che mi “secca”, ma una persona che mi santifica: se mi corregge, io miglioro, se racconta di se, io mi apro, diventiamo come vasi comunicanti, anche se ognuno mantiene la propria forma…

La compagnia della fede funziona così: perdere la propria idea, le proprie volontà, fare il vuoto per dare un posto anche all’altro. Integrare l’altro è fare delle scelte che mettono chiaramente in discussione anche le mie sicurezze. Ovviamente ci vien presto la voglia di abbandonare il cammino, perché a queste condizioni è tutto più complicato… ma Agostino ci avverte: “Coraggio! È meglio uno zoppo sulla strada che un corridore fuori strada!”. Con chi viaggio? Provo a rispondere a titolo molto personale, facendo riferimento alla mia vita e alla mia esperienza di Dio: io viaggio con voi, con la comunità parrocchiale, nel gruppo, accompagnato dalla Chiesa. In questa compagnia dobbiamo prevedere la presenza speciale della preghiera e dei sacramenti, dunque è necessario un padre spirituale che sia anche sacerdote.

Anche i  sacramenti parlano al plurale, alla comunità: il Battesimo è inserire un figlio nel corpo mistico del Signore, nella Chiesa. La Comunione al Corpo e Sangue del Signore è nutrirsi alla stessa tavola, tutti mangiano lo stesso cibo, tutti traggono forza dall’Eucarestia. La Confermazione è considerare la propria vita come un annuncio maturo della fede, nella comunità ecclesiale, e rimanervi!

Matrimonio, Ordine Sacro: servire l’uomo, servire Dio, servire l’amore… non pensare più solo a se stessi, ma vivere il servizio verso la propria moglie, il marito, il popolo di Dio.

Riconciliazione e Unzione: dire grazie per il bene ricevuto e perdono per i peccati commessi… verso l’altro, verso se stessi, verso Dio.

Nella Chiesa non esiste la prima persona singolare, esiste solo il plurale, e tutto si coniuga al “Noi”.

Ultima sicurezza: Gesù.

Gesù non era un uomo solitario sebbene si ritirasse spesso in preghiera. Gesù è il Dio compagno dell’uomo. Amico, maestro e confidente. Amico con Lazzaro, Giovanni, Matteo… e quanti altri! Maestro con la folla, di nascosto con Nicodemo, uomo importante del Sinedrio. Confidente con Pietro, Giacomo, Giovanni… e con quella donna poco affidabile al pozzo di Sichem.

La vita di Cristo è il nostro punto di arrivo, il nostro percorso da seguire e la nostra aspirazione più grande. Diventiamo compagni di viaggio, assetati dell’altro …

 

Buon cammino.

 

Luca